PERSONE E PROGETTI INNOVATIVI PER LA FORMAZIONE E PER IL TERRITORIO

IL CASO: LO STAGISTA IMPRENDITORE

IL CASO: LO STAGISTA E L’IMPRENDITORE

“Ho riflettuto abbastanza riguardo alla tua richiesta di ospitarti in stage presso la nostra azienda. Ho ascoltato con attenzione le argomentazioni, le aspettative ed i ragionamenti che fai riguardo al tuo futuro professionale ed, in buona sostanza, alla tua vita. Sembri sicuro di te e le ambizioni che esprimi sono lodevoli. Ma, tutto quel che hai detto lo hai espresso solo in prima persona singolare. Tutto ruota (e così vuoi anche in futuro) intorno a te, ai tuoi tentativi ed esperimenti, alle tue motivazioni e stati d’animo. Hai parlato di autostima, autoaffermazione, soddisfazione. Tutto lodevole. Ma noi non ci siamo. Nessuna domanda sulla mansione assegnata, sui colleghi, su chi ti deve formare, sull’azienda, il suo passato, i suoi prodotti ed i suoi traguardi.  Ovvero l’esperienza che chiedi di fare potrebbe essere applicabile a qualunque contesto produttivo in qualsiasi parte d’Italia…”

Questa è la testimonianza reale di un imprenditore veneto che si trova a rifiutare la richiesta di stage di un giovane studente, a causa di un mancato incontro tra le aspettative dell’uno e i valori dell’altro.

Non capita spesso di trovarsi di fronte a questa situazione, soprattutto se il candidato che si ha di fronte è competente e si presenta con quelle caratteristiche di autonomia e sicurezza che determinano spesso un impatto positivo.

C’è però una particolare riflessione che sorge a riguardo, relativamente all’importanza di aver chiari i valori fondanti della propria realtà imprenditoriale, per poter selezionare adeguatamente i propri collaboratori.

In molti contesti aziendali, quando ci si accinge a selezionare nuovo personale, lo si fa in risposta a situazioni di necessità, per un aumentato carico di lavoro o per il bisogno di includere professionalità differenti.

Per rispondere a questa situazione d’urgenza, la selezione verte quasi sempre sulle competenze e sulle esperienze del candidato, allargando poi l’attenzione alle sue soft skills e all’analisi del contesto di vita.

È raro, invece, che durante il colloquio si indaghi in maniera approfondita la visione lavorativa futura del candidato, per comprendere in quale misura l’esperienza che si intende attivare (fosse anche quella di un “semplice” tirocinio) possa inserirsi in maniera soddisfacente all’interno del suo percorso personale e professionale.

Sembra un aspetto secondario, ma proprio questa mancanza può accendere lumi su quelle situazioni, sempre più frequenti, in cui un candidato arriva alla fine del percorso di selezione per poi ritirarsi o dove un neoassunto dà le dimissioni addirittura prima della fine del periodo di prova.

In questi casi, la perdita di tempo, energie e denaro (perché il tempo ha sempre una controparte economica) è tanto evidente quanto frustrante.

Per prevenire queste situazioni e superare la desiderabilità sociale delle risposte di chi si ha di fronte, può essere utile allenare i selezionatori ad un utilizzo consapevole dell’ascolto empatico, ovvero di quella particolare tipologia di ascolto in grado di andare oltre alle informazioni comunicate, per accedere alla conoscenza più profonda del soggetto, dei suoi valori e dei suoi bisogni e capire quindi se potrà realizzarsi una condivisione della cultura aziendale, lo sviluppo del senso di appartenenza e l’incontro tra i progetti professionali dell’azienda e del singolo.

Questa particolare tipologia di ascolto è soggetta a determinate regole che si fondano sul rispetto dell’altro e sul riconoscimento della sua unicità quali, ad esempio, il rispetto del punto di vista altrui e dei tempi di riflessione, di silenzio e comunicazione, la realizzazione di un clima accogliente, empatico e non giudicante.